I pescatori della Mandra

 “…Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso…e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto…(H.Melville: Moby Dick o la Balena)”. “Si usciva in mare tutti i giorni: pioggia o sole, estate o inverno. A volte con una Tramontana così fredda papà usciva verso le 9, le 10 del mattino e pescava fino a sera, perchè si doveva ‘abuscare i soldi’”.Così i fratelli Giovan Giuseppe e Antuono D’Ambra impararono l’ipnotico mestiere del pescatore: poche piacevoli sorprese e rari momenti di sollievo che inspiegabilmente compensavano giorni e giorni di fatica, stanchezza, sacrificio, insonnia, pericolo.Come quando erano in mare con appena due ‘coffetelle’e la Capitaneria sequestrò loro pesci, barca e reti… “L’indomani andammo dal maresciallo il quale, vedendo la situazione, rimproverò i suoi ufficiali esclamando: Ma a chi acchiappate! Questi sono bravi pescatori; dategli le coffe e la barca che stasera devono andare a pescare! E poi, rivolti a noi: ci dovete andare sempre a mare, fino alla morte!”. E noi questo facciamo: quando siamo stanchi restiamo a casa ma se passano due giorni senza scendere ci sentiamo male, sembrano mille anni che non vediamo la spiaggia”.Quella spiaggia è la Mandra, poco più di un chilometro di riva sovrastati da un lato dal vecchio carcere e protetto dall’altro dall’imponente Castello Aragonese; un angolo di paradiso che, una volta abbandonato per raggiungere altri mari, dava la stessa sensazione di smarrimento provata dal vecchio pastore, di Ernesto De Martino in ‘La fine del mondo’, mentre si allontanava dal campanile del paese: “La sua diffidenza si andò via via tramutando in angoscia perché aveva perduto la vista del campanile…Quando lo rivide, il suo volto si distese e il vecchio cuore si andò pacificando, come per la riconquista di una patria perduta”.I pescatori “perdevano e riconquistavano la patria” tutti i giorni con le loro barche a remi (nel 1948 i motori non esistevano) di massimo 8 metri e dirigendosi  verso Vivara, Sant’Angelo o intorno all’isola stessa: buttavano le reti e ritirandole veniva su almeno un quintale di pesce tra calamari, pesce azzurro, lambuche ecc.“Ora il mare è tutto ‘impicciato’ con le barche dei dilettanti -dice Antuono- e questo mestiere non si può più fare”.Avere una rete allora significava la possibilità di mangiare. “I nostri padri stavano sempre con la ‘fucella’ in mano sotto le barche col sole cocente; non dormivano nemmeno un’ora per fare le ‘rezze’. Ne esistevano di diversi tipi: la lampara, la coffa, la sciauca, ognuna si usava in modo diverso e ognuna pescava pesci diversi. Ma erano di cotone, facevano molta ombra sott’acqua e i pesci le vedevano non lasciandosi acchiappare. Dopo la pesca, venivano tirate a riva con la guglia e la costa ad ogni sbarco sembrava un enorme tappeto arabo raffinatissimo; le reti dovevano restare lì ad asciugare ed ogni pescatore aveva a disposizione i suoi 12 metri di spiaggia per farlo. Nel frattempo si caricava il pesce sui carrettini e si arrivava a piedi fin su Barano dove i contadini, chi con denaro, chi con fichi e uva, compensava il pescatore, poi si tornava giù a tirare in secca la barca, a cucire, rammendare. Ci volevano almeno 2 giorni per fabbricare una rete ma il lavoro non finiva lì, spesso si doveva far loro la tela e ogni due settimane lo ‘zappino’ ossia un bagno particolare che serviva a rinforzarne la trama: si andava in pineta con la carriola, da ‘Antonio Gomma’ a comprare 2 quintali di pigne, dopodichè si immergevano in un caldaio di rame di 200 litri in acqua dolce in ebollizione insieme alle reti”. Dopo due anni quelle ‘rezze’ venivano riposte nelle cabine perché ormai inutili…“Hanno fatto una vita…” -racconta ancora Antuono- “La coffa che ho era di nostro padre; è 200 braccia (300 metri): un forestiero sul pullman la voleva comprare per 500 euro…Ma vavattenne, cammina! Non ci compri nemmeno la metà!…Che bei ricordi, prendevamo 5 o 6 quintali di pesci con una rete piccolissima e il merito era dei nostri grandi alleati del mare: i delfini (e’ Fere) ‘Forchettone’ e ‘Scella Mozza’. Quando si accorgevano che nelle nostre vicinanze c’era un branco di castardelli prendevano la rincorsa, lo raggiungevano e gli giravano attorno velocemente per spaventarli e disorientarli; noi nel frattempo gettavamo una rete, i delfini si allontanavano e aspettavano che li pescavamo tutti. Animali così intelligenti sulla terra non ce ne sono! Così pure la giornata più pesante diventava allegra…”.

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